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Vacanze di Natale
Tra ricordi e mito
di Enrico Vanzina
Quando, nel 1983, mio fratello Carlo ed io, dopo il grande
successo di "Sapore di mare", decidemmo di realizzare “Vacanze di
Natale”, non avremmo mai pensato che quel film sarebbe diventato
un cult per un'intera generazione di giovani. Invece lo è
diventato. In una classifica di "Sorrisi e Canzoni", questo nostro
film occupa il primo posto tra i film commedia, realizzati dal
1980 ad oggi, più amati dagli italiani. Come mai? Perché? Non
saprei. Forse perché è buffo. Molto buffo. Forse perché ha degli
attori al meglio delle loro capacità. Cito in ordine sparso
Amendola, Calà, De Sica, Garrone, Sandrelli, Nicheli, Brega, Huff.
Forse perché è ritmato da una colonna sonora irripetibile.
Basterebbe Moonlight Shadow per illuminare un film. Insomma, tante
ragioni plausibili. A distanza di vent'anni, però, mi sento, con
un pizzico di presunzione, di ravvisare il vero successo del film
in un altro elemento. “Vacanze di Natale” era un film sincero, nel
quale gli autori, Carlo ed io, hanno raccontato cose che
conoscevano bene: la borghesia romana. Come dire: i Parioli.
Metafora di tutta l'Italia borghese. E quella fu una scelta
importantissima e decisiva nella nostra lunga carriera. Andando
contro i pregiudizi, contro il luoghi comuni di una certa sinistra
di regime e di una destra ingessata, Carlo ed io decidemmo di
mettere in scena un'Italia fino ad allora non raccontata, lontana
dalle fabbriche o dal celentanismo dilagante dei film anni '70,
un'Italia più autentica anche se un po' frivola, ma per questo non
meno vera dell'Italia post terroristica o pozzettiana; l'Italia di
piazza Euclide, di Vigna Clara, ma and e di via Montenapoleone,
della Bologna opulenta, un'Italia già pervasa da un leghismo
strisciante ("fora i romani dal Veneto") fatta di avvocati,
notai commercialisti, filippini, mezze calze marchigiane della
Curva Sud; I'Italia dei pre-yuppies, votati al piano bar e a
canzoni memorabili che sono diventate la colonna sonora di una
vita, Vasco Rossi, De Crescenzo, Maracaibo; italiani sessualmente
ancora non dichiarati (ma quale frocio - dice De Sica - sono
bisex), ancorati a vecchi rancori (beccati 'sta cartolina
dalle Dolomiti, scrive la nonna di Amendola alla portiera di
viale Marconi), stanchi di vecchie tradizioni usurate (e pure
'sto Natale ce lo siamo levati dalle palle! fa il sommo
Riccardo Garrone); italiani travolti da nuovi trend razziali
alatale in casa Covello, dice Asuncao con umorismo tutto
filippino), da battute cucinate nel melting pot linguistico
già globalizzato (voglio conoscere la signora Fusilli,
esclama Karina Huff (o ai riferimenti ai Pittsburgh Steelers
del fratello di De Sica; italiani che invece di chiedersi cosa
riserva il futuro, la notte di Capodanno, si chiedono cosa starà
facendo Toninho Cerezo.
Uno sguardo, però, al presente di allora, che già mette alla
berlina l'Italia dei neo ricchi anni '80, dei cafoni col grano, di
quelli che fanno via della Spiga - Cortina più rapidi di Alboreto.
Sempre dalla parte di quelli di viale Marconi, della Roma e
dell'Italietta più antica e più autentica. Insomma, Carlo ed
Enrico Vanzina che dicono: attenti, guardando questa Italia che fa
sorridere, c'è poco da ridere. Perché stiamo diventando un po’,
molto, anzi assai, ridicoli. Sono passati vent'anni da quel film.
E quell'Italia e diventata drammaticamente più ridicola. Nel
nostro film "Vacanze di Natale 2000" al posto del romantico
Amendola a Cortina arriva il super boro Cipolla. All'Hotel Posta,
invece dei bolognesi e dei milanesi candidamente cornificati
dalle mogli, c'è una famiglia di napoletani che ha vinto al
Superenalotto. Al posto del piano bar c'è una discoteca con una
cubista cubana. E invece di una straniera da sogno della quale
innamorarsi, Karina Huff, c'è la vera Megan Gale, uscita fresca
fresca dagli spot dell'Omnitel, che regala ad uno sbarbato di
Bologna cinque minuti di finta popolarità.
Come nel 1983, resta solo Moonlight Shadow nei titoli di testa. Ma
questa e pura nostalgia. Perché anche gli autori hanno un'anima.
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