Rassegna Stampa 2003 ]

 

Vacanze di Natale  

20 anni dopo

 

 

 

Vacanze di Natale

Tra ricordi e mito

 

di Enrico Vanzina

 

Quando, nel 1983, mio fratello Carlo ed io, dopo il grande successo di "Sapore di mare", decidemmo di realizzare “Vacanze di Natale”, non avremmo mai pensato che quel film sarebbe diventato un cult per un'intera generazione di giovani. Invece lo è diventato. In una classifica di "Sorrisi e Canzoni", questo nostro film occu­pa il primo posto tra i film commedia, realizzati dal 1980 ad oggi, più amati dagli italiani. Come mai? Perché? Non sa­prei. Forse perché è buffo. Molto buffo. Forse perché ha degli attori al meglio delle loro capacità. Cito in ordine sparso Amendola, Calà, De Sica, Garrone, Sandrelli, Nicheli, Brega, Huff. Forse perché è ritmato da una colonna sonora irri­petibile. Basterebbe Moonlight Shadow per illuminare un film. Insomma, tante ragioni plausibili. A distanza di vent'an­ni, però, mi sento, con un pizzico di presunzione, di ravvisare il vero successo del film in un altro elemento. “Vacanze di Natale” era un film sincero, nel quale gli autori, Carlo ed io, hanno raccontato cose che conoscevano bene: la bor­ghesia romana. Come dire: i Parioli. Metafora di tutta l'Italia borghese. E quella fu una scelta importantissima e decisi­va nella nostra lunga carriera. Andando contro i pregiudizi, contro il luoghi comuni di una certa sinistra di regime e di una destra ingessata, Carlo ed io decidemmo di mettere in scena un'Italia fino ad allora non raccontata, lontana dalle fabbriche o dal celentanismo dilagante dei film anni '70, un'Italia più autentica anche se un po' frivola, ma per questo non meno vera dell'Italia post terroristica o pozzettiana; l'Italia di piazza Euclide, di Vigna Clara, ma and e di via Montenapoleone, della Bologna opulenta, un'Italia già pervasa da un leghismo strisciante ("fora i romani dal Veneto") fatta di avvocati, notai commercia­listi, filippini, mezze calze marchigiane della Curva Sud; I'Italia dei pre-yuppies, votati al piano bar e a canzoni memorabili che sono diventate la co­lonna sonora di una vita, Vasco Rossi, De Crescenzo, Maracaibo; italiani sessualmente ancora non dichiarati (ma quale frocio - dice De Sica - sono bisex), ancorati a vecchi rancori (beccati 'sta cartolina dalle Dolomiti, scrive la nonna di Amendola alla portiera di viale Marconi), stanchi di vecchie tradizioni usurate (e pure 'sto Natale ce lo siamo levati dalle palle! fa il sommo Riccardo Garrone); italiani travolti da nuovi trend razziali alatale in casa Covello, dice Asuncao con umorismo tutto filippino), da battute cucinate nel melting pot linguistico già globalizzato (voglio conoscere la si­gnora Fusilli, esclama Karina Huff (o ai riferimenti ai Pittsburgh Steelers del fratello di De Sica; italiani che invece di chiedersi cosa riserva il futuro, la notte di Capodanno, si chiedono cosa starà facendo Toninho Cerezo.

Uno sguardo, però, al presente di allora, che già mette alla berlina l'Italia dei neo ricchi anni '80, dei cafoni col grano, di quelli che fanno via della Spiga - Cortina più rapidi di Alboreto. Sempre dalla parte di quelli di viale Marconi, della Roma e dell'Italietta più antica e più autentica. Insomma, Carlo ed Enrico Vanzina che dicono: attenti, guardando questa Italia che fa sorridere, c'è poco da ridere. Perché stiamo diventan­do un po’, molto, anzi assai, ridicoli. Sono passati vent'anni da quel film. E quell'Italia e diventata drammaticamente più ridicola. Nel nostro film "Vacanze di Natale 2000" al posto del romantico Amendola a Cortina ar­riva il super boro Cipolla. All'Hotel Posta, invece dei bologne­si e dei milanesi candidamente cornificati dalle mogli, c'è una famiglia di napoletani che ha vinto al Superenalotto. Al posto del piano bar c'è una discoteca con una cubista cubana. E in­vece di una straniera da sogno della quale innamorarsi, Karina Huff, c'è la vera Megan Gale, uscita fresca fresca dagli spot dell'Omnitel, che regala ad uno sbarbato di Bologna cinque minuti di finta popolarità.

Come nel 1983, resta solo Moonlight Shadow nei titoli di testa. Ma questa e pura nostalgia. Perché anche gli autori hanno un'anima.