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Un
pranzo della domenica in famiglia, pieno di portate e di
imprevisti come si conviene alla tradizione della commedia
all'italiana, che questa volta deve fare i conti con i cambiamenti,
o supposti tali, della nostra società patriarcale. Dietro
l'apparente normalità delle riunioni settimanali a casa della
mamma vedova, covano rancori antichi e mai sopiti. Le tre figlie
sono infatti molto diverse tra di loro: una è la realizzata
mogliettina borghese, l'altra sta vivendo una forte depressione
perché non può avere figli e infine la terza è l'eterna
alternativa di sinistra. Se già loro sono diverse figuriamoci i
mariti: c'è l'avvocato rampante che ha rilevato lo studio del
suocero, un vivaista danaroso, reazionario e un po' cafone e
infine l'intellettuale di sinistra, incazzato e senza una lira. In
questo clima accade che la matriarca vada a prendere un piatto e
ci rimetta un femore. Il gruppo, trasferitosi d'urgenza
all'ospedale, non dovrà solo augurarsi che si ricompongano le ossa
della mamma incidentata ma anche le loro, visto che il trauma
improvviso ha rotto l'argine degli insulti.
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Ai fratelli
Vanzina si potranno rimproverare molte cose, ma non la
serialità: reduci, vent’anni orsono, dagli straordinari
successi ottenuti con “Sapore di mare” e “Vacanze di Natale”,
essi si rifiutarono di dirigerne i rispettivi e fortunatissimi
seguiti, in ossequio al principio di non ripetersi, di
sperimentare strade sempre nuove (in epoca seguente, “La
mandrakata” sarà solo un omaggio al padre, il geniale Steno,
regista del primo “Febbre da cavallo”). |
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Il consenso di
pubblico di allora s’è andato, con gli anni, diradando: ma loro
proseguono, impavidi, per la propria via, proponendo con “Il
pranzo della domenica” una commedia d’impianto tradizionale, sulle
orme dello Scola di “C’eravamo tanto amati” (1974) e “La famiglia”
(1987), pur se su un registro più leggero. La bravura degli attori
maschera qualche buco di sceneggiatura e certo indulgere a
soporiferi ritmi televisivi; risultano apprezzabili, in ogni caso,
l’assenza di volgarità e la professionalità della confezione.
(Francesco Troiano - Italica.rai.it)
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Enrico Vanzina:
“No, non sono un mucciniano”
Intervista e note
sull’ultimo film dei Vanzina brothers: “Il Pranzo della Domenica”,
un film “di maturità”.
di As Chianese
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Lo avevamo
lasciata a perdersi appresso all’amletico dubbio su quello
che le ragazze non dicono, o a gironzolare per le stradine
di South Kensington, cane al guinzaglio, intento a
preparare una delle sue mandrakate cinematografiche ma
dopo il divorzio con De Laurentiis e le scommesse fatte in
casa Warner, stanco dei vari articoli di costume e delle
produzioni tv in cui si era impegnato: Enrico Vanzina (Roma,
1949) lo sceneggiatore, la mente, della factory di famiglia,
oggi confida di aver scritto un film, distribuito a fine
aprile da 01 e co – prodotto da RAI cinema, in cui emergono i
dubbi e le complessità sulla famiglia italiana: questa
sconosciuta. |

Enrico Vanzina e
As Chianese |
Si potrebbe credere in
una riconversione mucciniana dei terribili fratelli della commedia
tricolore ma in realtà questo film: “Il Pranzo della Domenica”,
aspira a ben altre tematiche e giunge a ben altre conclusioni,
eludendo (sfidando?) la tesi del giovane e fortunato autore di
“Ricordati di Me”.
Mi parli un po’ del
tuo nuovo film, della tua nuova sceneggiatura: “Il Pranzo della
Domenica”, girato da tuo fratello Carlo?
“Il Pranzo della
Domenica” rappresenta un punto d’arrivo, di maturità. Con mio
fratello abbiamo cercato di fare un film partendo dalla nostra
generazione invece di dedicarci all’analisi dei giovani o delle
nuove classi sociali. Abbiamo cercato di fare il punto su di una
borghesia tra i 40 e i 50, abbiamo raccontato in modo
tradizionale, seguendo le orme di alcuni film di Ettore Scola, una
grande famiglia nella quale ci sono delle tensioni, dei problemi
tra i figli, nei rapporti fra parenti, tra i nonni: sempre per
quanto riguarda la vita in comune, il lavoro, la politica. Questa
famiglia che si muove tutta insieme all’inizio del film ci darà,
pian piano, una fotografia di quella che è la borghesia italiana
in questo momento. Alla base del film c’è un idea: questa famiglia
si riunisce tutte le domeniche a casa della nonna, che ha tre
figlie sposate, per l’abituale pranzo e c’è questa finzione dove
tutti stanno bene, tutti ridono ma in realtà ci sono delle
tensioni, dei dissapori reciproci, che covano fortissimi.
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All’inizio del
film questa nonna, che è interpretata da Giovanna Ralli, cade
e si rompe il femore finendo in ospedale dove, un po’ come nel
recente film di Almodovar “Parla con Lei”, questa lunga
convalescenza corrisponde ad una forte presa di coscienza
della nonna, di questa madre, di questa anziana che capisce le
profonde divisioni tra i suoi cari così che oltre a pensare
alla sua salute deve anche riconciliare questo nucleo.
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Deve guarire la
malattia propria e le malattie che affliggono i matrimoni e le
reciproche incomprensioni.
Nel complesso
questo film è abbastanza corale: ci sono attori medi, nessuno è
più forte degli altri, ci sono Massimo Ghini, Barbara De Rossi,
Rocco Papaleo, dalla già citata Giovanna Ralli, Elena Sofia Ricci,
Maurizio Mattioli e da Galatea Ranzi.
Ripeto è un film di
maturità dove c’è da riflettere ma dove non manca assolutamente
l’umorismo, è interessante perché manca completamente la
componente mucciniana per così dire.
Che differenze ci
sono, dunque, tra la famiglia insoddisfatta di “Ricordati di Me” e
quella incompatibile de “Il Pranzo della Domenica” ?
E’ lo specchio
assolutamente contrario. Come dicevo prima la famiglia di
“Ricordati di Me” da un immagine impietosa del nucleo domestico
mentre il mio film è diverso.
Io penso che la
famiglia italiana non è così, all’interno delle debolezze, delle
fragilità di ognuno ci sono momenti di umorismo, di simpatia,
momenti in cui ci si può riflettere e volere bene a certi
personaggio, perché la vita è proprio così. Io penso che noi
vogliamo bene ai nostri genitori ma quando c’abbiamo 14/15 anni
siamo in un periodo di ribellione nei loro confronti perché li
vorremmo meravigliosi quando invece iniziamo a capire che, come
tutti, anche loro hanno dei difetti e questo ci fa soffrire
moltissimo… ma poi piano piano iniziamo a capire che le loro
debolezze saranno anche le nostre e che anche noi ne abbiamo
cominciando a fare dei “compromessi d’affetto” non dei compromessi
stupidi: ci perdoniamo le nostre debolezze reciproche. Comunque la
famiglia resta un centro importante dove coesistono delle
incomprensioni, delle contraddizioni, ma dove comunque tutti
dobbiamo cercare di convivere perché intorno a noi il mondo è
uguale, non esiste una famiglia ideale o una famiglia tipo.
Muccino non vede
questo, pensa in negativo: si esce dalla visione di quelle
pellicola con un senso d’angoscia, mentre nel nostro film c’è
qualcosa di più vero.

Se volete
leggere l’intervista completa ad Enrico Vanzina vi consiglio
il libro “Tempo di Ridere” (Edizioni il Foglio) a soli 8€
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Il Film non
nasconde quindi delle ambizioni ?
Tutto ciò è
perché noi cerchiamo di fare ancora dell’intrattenimento, però
se c’è un ambizione è quella di poter dire che a distanza di
cent’anni, dovendo rivedere un po’ l’Italia, alcuni nostri
film che vennero considerati superficiali forse daranno un
immagine dal punto di vista sociologica più precisa di quello
che davvero siamo.
Questo discorso
lo porto avanti, oltre che nel mio cinema, anche nei miei
libri e negli articoli che scrivo: cerco di fotografare la
realtà in modo che qualcuno tra cent’anni pensando a come era
l’Italia dagli anni ’80 ad oggi abbia comunque un punto di
riferimento preciso e sincero perché io parlo di fatti reali.
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All’immancabile vena
comica dello sceneggiatore romano si sovrappone inevitabilmente il
peso degli anni e delle scelte cinematografiche: le rughe di una
critica obbiettiva, poco incline ai compromessi ed i capelli
beetlesiani, lunghi e brizzolati, dell’irriverenza e del successo.
Aldilà di tutto, però, lo sceneggiatore parla di maturità, di un
momento atteso, quasi tardivo, che dopo 80 e passa film all’attivo
forse è arrivato ed è ancora una volta nel segno dell’irriverenza,
di quel tipo di cinema che “si fa con la pizza e i fichi” come
affermava lo stesso Enrico che firma da solo script di questo
film, un cambio di marcia, una grossa responsabilità: sarà un
piacere testarlo.
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Fratelli
Vanzina: ''Non siamo Moretti, ma diciamo la verita' "
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Roma, 18 apr. - (Adnkronos/Cinematografo.it
) - ''Il nostro non e' un film politico e noi non siamo Nanni
Moretti, ma diciamo le cose come stanno, senza tirarci indietro di
fronte ai nomi e alle responsabilita'''. Maestri della
commedia leggera con la coppia Boldi-De Sica, Carlo ed Enrico
Vanzina presentano cosi' ''Il pranzo della domenica'', la
loro nuova commedia corale con Massimo Ghini, Barbara De Rossi,
Rocco Papaleo, Giovanna Ralli, Maurizio Mattioli, Elena Sofia
Ricci e Galatea Ranzi. A Roma con il cast per la presentazione del
film in uscita il 30 aprile, il regista Carlo ha difeso la sua ''storica
indipendenza'': ''Non ho mai preso una tessera di partito, e nella
mia vita ho votato a destra e a sinistra a seconda delle occasioni
-ha detto- Per la leggerezza dei nostri film, io e mio fratello
siamo sempre stati degli insospettabili, ma abbiamo sempre parlato
della societa' senza peli sulla lingua''. ''Veniamo da una
famiglia liberale - ha proseguito Carlo Vanzina - e ci
sentiamo fortemente legati a questa tradizione politica. Ma in
un'accezione assolutamente lontana da quella che le viene
conferito oggi''. Lo sceneggiatore Enrico riconosce la svolta
rispetto ai precedenti film, ma rivendica la fedelta' alla
''commedia all'italiana''. ''Grazie a nostro padre Steno -
ha raccontato - e' da li' che proveniamo ed e' li' che vogliamo
tornare''. Pur non avendo un suo ''distinto colore politico'',
ha proseguito, ''il nostro film si riallaccia a un genere del
cinema italiano, che ha avuto il merito di accompagnare e ritrarre
in maniera critica l'evoluzione sociale del nostro paese''. 'Il
pranzo della domenica', ha poi riconosciuto, ''si distingue
dai nostri precedenti lavori per una maggiore presenza di
riferimenti socio-politici, ma non rinneghiamo nulla del passato.
Lo consideriamo anzi la 'summa' di tutto cio' che abbiamo fatto
finora''. L'idea di innovarsi e ''osare un film piu' serio'',
ha poi raccontato Carlo, ''e' provenuta da un'esplicita richiesta
di Rai Cinema''. ''Da tempo dicevano di voler produrre qualcosa
con noi - ha spiegato -, ma volevano una storia diversa,
sempre divertente e leggera, ma meno superficiale''. Scritta e
sceneggiata dai due fratelli Vanzina, la storia prende spunto dal
rito del pranzo della domenica che da' il nome al film. ''Abbiamo
scelto questo argomento -ha spiegato Carlo- perche' nella
nostra cultura ha sempre rappresentato un'importante occasione di
riunione e di confronto familiare''. Di fatto, ha proseguito,
''partiamo pero' da un momento rituale, per ritrarre vizi e
virtu' di un intero paese''. Vedova dell'alta borghesia e
madre di tre figlie, Franca (Giovanna Ralli) si aggrappa a questa
vecchia abitudine, per tenere a se' i resti della sua famiglia.
Tutte sposate con uomini molto diversi fra loro, le tre donne
incarnano pero' situazioni e approcci alla vita fra loro
radicalmente opposti. L'unica a vivere un matrimonio felice e'
Barbara (Barbara De Rossi), ancora innamorata del marito Maurizio
(Maurizio Mattioli), ma vittima della depressione per il suo
frustrato desiderio di maternita'. Madre di quattro figli, Sofia
(Elena Sofia Ricci) soffre invece del rigore ideologico che ha
fatto sacrificare al marito marxista (Rocco Papaleo) una carriera
nel giornalismo. Radicalmente opposte, sono infine le posizioni di
Massimo (Massimo Ghini), avvocato arrivista e donnaiolo, sposato
alla terza figlia (Galatea
Ranzi).
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