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un'analisi narratologica

 

 

     Introduzione.

    Febbre da cavallo è un fenomeno unico. Nessun altro film comico italiano è rimasto così impresso e così a lungo nella memoria dei suoi spettatori più affezionati. Non sono pochi coloro i quali hanno incastonato le battute del film nel loro lessico quotidiano. Battute e gag che sono un'infinità, perché è raro trovare altre pellicole di uguale densità comica, così miseramente povere di momenti in cui non si ride. Gli amanti di questo film ne sono "malati" almeno quanto Mandrake, Pomata e Felice sono "malati" di cavalli. Parlare del rapporto tra Febbre da cavallo e il suo pubblico non può che spingere ad un uso pudico della retorica, nel timore che le parole sviliscano questo profondo affetto. Chi ha letto, ormai qualche anno fa, la notizia della possibilità di un sequel, anzi due, l'ha accolta col tipico miscuglio di speranza e paura.

    Blues Brothers 2000 funga da monito. Per ora, i "malati" di Febbre da cavallo si accontentano di scandagliare la rete in cerca d'immagini, file audio e quant'altro. Si tratta, come per le citazioni del film nei discorsi quotidiani, di un legittimo prolungamento del piacere. Un saggio critico è qualcosa di diverso. Non è intenzione di chi scrive in qualche modo "rovinare la festa". La vitalità, straordinaria, del film non può che uscire disseccata sulla carta, ma un discorso sul film, che ne analizzi la struttura e il funzionamento ha dalla sua la possibilità di approfondire il piacere di cui sopra, qualora sappia evitare il rischio di proporne un'immagine impoverita da elucubrazioni eccessive e in qualche modo poco sintonizzate sull'oggetto dell'indagine. Penso al clima da stadio che c'era ad una proiezione pubblica estiva di qualche anno fa a Roma, giardini di Castel Sant'Angelo; ai pub che portano il nome del film; ai siti ad esso dedicati; ad una persona di mia conoscenza che ha tutto il film registrato su musicassetta e lo ascolta in macchina. Tutto questo, ovviamente, sulla carta (sul monitor) non ci sta. Le cose che voglio dire, in schietta sintesi, sono due, da due punti di vista differenti. E cioè che se siete degli ultras del film non riderete leggendo quest'articolo, a meno che non vi vengano in mente delle singole scene o lo troviate scritto particolarmente male. Spero comunque che ne ricaverete piacere. Se siete dei cultori del cinema di qualità potreste considerare l'attenzione prestata a Febbre da cavallo decisamente eccessiva. Non posso trattenermi dal dirlo: vi sbagliate. Comunque spero di indurvi a guardarlo per la prima volta, oppure più attentamente. Se siete tutt'e due le cose, beh, che dirvi? Quanto segue, per dirla con Manzoni, se non vi dispiacerà affatto vogliatene bene a chi l'ha ispirato, e anche un pochino a chi l'ha scritto. Ma se invece riusciremo ad annoiarvi, credete che non s'è fatto apposta.


I blocchi narrativi.

      Possiamo suddividere Febbre da cavallo in quattro blocchi narrativi, corrispondenti ciascuno ad una corsa, più un prologo e un epilogo. Ossia:
I corsa: Tor di Valle
II corsa: Agnano
III corsa: la "tris de Gabriella"
IV corsa: il Gran Premio degli Assi

      Come se fosse il programma di una sessione ippica. Il prologo, con la voce off di Mandrake che introduce la storia e i personaggi, si fonde in realtà con la prima corsa, mentre l'epilogo si svolge nell'aula del tribunale e alla stazione ferroviaria di Cesena. Ogni corsa ha le sue costanti, prima fra tutte la necessità di trovare i soldi per la scommessa. Per far questo, in ogni blocco assistiamo ad una beffa organizzata da Mandrake, Pomata e Felice, in cui vittime sono di volta in volta Manzotin il macellaio (due volte: la cravatta e il trucco telefonico del conte De Simone), l'ingenuo automobilista fermato da Mandrake vigile urbano ("e mo' che so fatt?") – e noto che sono entrambi "burini" – e il Dott. Magalini. Le beffe e i trucchetti – veri caposaldi della tradizione comica italiana, da Boccaccio in poi – non servono solo per procacciarsi il denaro ma anche per evitare i creditori (nonna morta; il finto e il vero paziente del dentista; la segreteria telefonica) o per non pagare il biglietto (il treno Napoli-Roma). Per non parlare della maxi-beffa finale in cui Mandrake si sostituisce a Rossini. Sempre i soldi c'entrano, comunque.
      

    Altra costante: prima di ogni corsa (e tocca a Pomata) bisogna scegliere il cavallo da giocare ed è puntualmente quello sbagliato, che perde rocambolescamente. Nell'ordine:
1) O' Sole Mio prevale su Mon Amour che "rompe" in dirittura.
2) Mambo supera Can-Can negli ultimi metri.
3) Soldatino, King e D'Artagnan vincono su Antonello da Messina che cede all'ultima curva.
4) Mandrake su Bernadette, in ebbrezza da competizione (e ne riparleremo), batte Pomata su Soldatino.
      È curioso come anche il modo e il luogo in cui i tre assistono alle varie corse, pur diversificandosi, si ripeta, e cioè:
1) separati (Mandrake in tribuna e gli altri due allo steccato);
2) uniti allo steccato; 3) in sala corse; 4) gran finale con Mandrake e Pomata direttamente in pista e gli altri in tribuna.
      

    In questa ripetitività, in questa vera e propria "serialità", in cui si potrebbe immaginare un film che va avanti all'infinito, sempre uguale nella struttura e sempre diverso nelle specifiche circostanze, occorrenze, c'è un profondo senso della ritualità e del gioco come cura omeopatica al nulla che potremmo paragonare (e aspetto la folgore punitiva del dio del cinema) a California Poker di Altman. Questa ripetitività non trascura neanche il momento vero e proprio della sconfitta, quello del ritorno a casa, in cui i tre prima restano senza benzina e vengono sbertucciati da Manzotin, poi arrivano stremati da Napoli ("praticamente s'a semo fatta a piedi"); successivamente, dopo la terza corsa, Mandrake torna mogio al bar mentre Gabriella festeggia e alla fine del Gran Premio degli Assi viene addirittura assalito coi forconi dai compari decisi a vendicarsi del tradimento.


I personaggi.

      Il film comincia con la voce del giudice che ingiunge a Mandrake di rievocare i fatti: la narrazione è quindi un lungo flash-back che si conclude nel sottofinale in tribunale. Gli unici "segnalibri" durante il film saranno la voce fuori campo di Mandrake e, in un'occasione, il suo sguardo in macchina, nel fondamentale momento in cui egli decide di non scommettere sui cavalli di Gabriella, evento che è il motore narrativo della seconda parte del film. Nel prologo, Mandrake spiega la follia che avvolge il mondo delle corse ("matti! Un mondo de matti…") e lo fa grazie alla coincidenza degli opposti, con personaggi diversissimi tra loro che sono vittime della stessa febbre. Diversi come classe sociale (il principe Raniero Sforza di Tuminelli e il "monnezzaro" Augustarello, con quest'ultimo che gli dà pure del rincoglionito) ma anche come corporatura: il nanetto Brontolo che dà le soffiate all'omone (inquadrati in plongée dall'alto per evidenziarne la differenza fisica). Il principe – dice Mandrake – alle corse "perde conoscenza" e si lascia sopraffare dal gioco. L'omone, non appena ha finito di lamentarsi dell'incompetenza di Brontolo, abbocca alla sua ennesima "dritta" e gli allunga le duemila lire. La follia, appunto, è la totale incoerenza in preda alla febbre. Il compito di queste figure marginali, oltre che di introdurci nel mondo delle corse, è di anticipare la patologia dei protagonisti.
      Per l'avvocato De Marchis frequentare gli ippodromi è motivo di prestigio sociale. I personaggi comici sono abitualmente contraddistinti da una debolezza e quella dell'avvocato è appunto "voler apparire". La realtà è ben diversa, però, perché è perseguitato da creditori che gli minacciano la galera (i soldi sono un elemento fondamentale di tutto il film), non ha i soldi neanche per pagare la biada del cavallo Soldatino e i gioielli che ha regalato alla sua giovane accompagnatrice sono in realtà "culi de bottija". Ma l'avvocato non vuole solo apparire, e tutto sommato neanche solo vincere per apparire. Vuole vincere per vincere ("ci ho un cavallo che ha vinto!!"), allo stesso modo di Mandrake, Pomata e Felice, come si capirà nell'epilogo del Gran Premio degli Assi.

    L'avvocato è – per dirla con lo strutturalismo narratologico, cui quest'articolo è pesantemente debitore – un "Re Malato", con la paura ossessiva di perdere il suo "potere", che è invece un castello di carte, millanteria e dissimulazione. Il suo oppositore speculare è il conte Dallara (o Dall'Ara), uno che "i soldi ce l'ha davvero", il suo specchio. Non è un caso che i due vengano introdotti insieme nella storia, durante il prologo di Mandrake, con un montaggio alternato che ne sottolinea le differenze. Pure Blacky (Blechi), il tirapiedi di De Marchis, ha un suo specchio nell'aiutante del conte Dallara, così come a Soldatino, il cavallo perdente, si contrappone Bernadette, la cavalla vincente, in una costruzione assolutamente simmetrica che proseguirebbe con Stelvio Massi, il fantino di Soldatino, che avrebbe dovuto vedersela con Rossini, ma nessuno dei due correrà il Gran Premio. En passant, Stelvio Massi è anche il nome di un regista italiano di film prevalentemente d'azione, tra cui Mark il poliziotto (1975) e i suoi sequel.
      Di Felice Roversi sappiamo poco. Non vediamo la sua famiglia e intuiamo che non abbia una donna – la sua battuta "le donne sono imprevedibili" non appare sintomatica, per usare un eufemismo, di un'approfondita cognizione dell'argomento. Il suo oppositore, se vogliamo, è il collega posteggiatore sardo che si lamenta dei suoi ritardi col tormentone "ci ho famiglia", e la famiglia, per Felice come per gli altri, è veramente una realtà "altra" rispetto al loro chiuso mondo.
      Anche Pomata vorrebbe farsi passare per ciò che non è: un tecnico ippico. Millanta di essere introdotto nell'ambiente, ostentando una confidenza che i frequentatori dell'ippodromo non gli ricambiano. È lui la "mente" che studia le corse e decide le giocate. Parla anche di un fantomatico passato in cui sarebbe stato un driver, citando i famigerati "ritagli" di giornale come prova ("io ho corso, io ci ho i ritaji" è il suo tormentone). È su di lui, ovviamente, che ricadono le colpe delle scommesse fallite, compresa quella, macroscopica e decisiva, della tris di Gabriella.
      L'ossessione di Mandrake è essere un attore, anche quesa smentita miserevolmente dai fatti, come l'incapacità di portare a termine lo spot oppure la ridicola pettina che indossa sotto il pellicciotto durante il servizio fotografico – azzeccata rappresentazione della differenza tra ciò che Mandrake è e ciò che vorrebbe essere.
      

    Assumendo come filo conduttore l'analisi delle figure archetipali della narrazione – portata avanti da quei teorici della sceneggiatura che si rifanno allo studio dei miti come Vogler, Truby, Forlai e Bruni – possiamo definire i personaggi di Pomata e Mandrake come delle figure a metà tra il "Bullo" e il "Trickster". Hanno in comune col Bullo il fatto di essere spacconi e gradassi (il "tecnico ippico" e "l'attore") per coprire in modo chiassoso le proprie insicurezze e i propri fallimenti. Del Trickster hanno la capacità di congegnare beffe per proprio tornaconto, come i buffoni medievali che sono le manifestazioni più vistose della figura del Trickster, nonché una certa fame atavica, nel loro caso di soldi, che li spinge a reazioni survoltate ogni volta che si trovano davanti al denaro. Non possiamo qui affrontare in maniera esauriente l'argomento ma possiamo comunque rimarcare che si tratta di distorsioni, come succede spesso nelle commedie, delle figure principali (in questo caso: il Guerriero e il Mago) e soprattutto di distorsioni in senso attivo, propositivo. Mandrake e Pomata sono pieni di iniziative, sono reattivi e non potrebbe essere altrimenti. La "febbre da cavallo" ne fa inoltre degli "Intossicati", incapaci di frenare i loro appetiti (il gioco, i soldi). Nel loro "Archetipi mitici e generi cinematografici" (Dino Audino Editore, Roma 1998), Forlai e Bruni prendono proprio il personaggio di Mandrake come esempio per la figura della "Cortigiana", che, a dispetto del nome, può essere incarnata da un personaggio sia maschile sia femminile. Le caratteristiche di questa figura sono l'essere intrigante, truffatrice e moralmente cinica, ma come distorsione di un'altra figura archetipale: quella dell'Amante. La Cortigiana-Mandrake, in altre parole, mente e dissimula con la sua innamorata Gabriella e questo piano, assente negli altri personaggi di Febbre da cavallo, rende Mandrake la figura più complessa e problematica del film. Nel film, Mandrake cambia, come cambiano molto spesso i personaggi di tutti i film. Il suo cambiamento è assimilabile allo schema "da bambino ad adulto"; è un rito di iniziazione in cui comincia una nuova vita, anche se in maniera molto parziale, nel senso che Mandrake trova un suo nuovo equilibrio sposando Gabriella ma continuando a scommettere coi suoi compari. La sua incapacità sessuale dopo la sconfitta al gioco è la metafora ben calibrata della dicotomia tra il continuare a restare in qualche modo "bambino" e diventare "adulto", cioè "virile", ossia uscire da quell'infantilismo cronico, mentale (che per lui è anche sessuale), che caratterizza in generale la figura del giocatore delle corse dei cavalli, come Mandrake stesso spiega nel suo monologo finale dentro l'aula del tribunale, chiedendo l'assoluzione per "totale infermità mentale".
      

    È la qualità dell'oppositore Gabriella (milanese, tra l'altro, per recuperare una vecchia diatriba) – per le istanze che mette in gioco: sesso, famiglia, crescita, lavoro – che dà più sostanza al personaggio di Mandrake e ne fa il vero protagonista del film. Pomata, il cui oppositore diretto è tutto sommato solo Ventresca (sì, sì, anche Roscio e Bellicapelli, mentre Manzotin è oppositore dell'intero trio), resta ad un livello più basso e per lui si potrebbe rispolverare il desueto termine di "deuteragonista".
 


La storia.

      La struttura di una sceneggiatura è, di solito, un'aurea via di mezzo tra il rispetto di forti linee direttrici, quali sono quelle espresse dai teorici della narratologia, e un certosino lavoro artigianale, "di cesello", che trova nel momento della scrittura la sua vendetta, cioè tutta una serie di problemi, non considerati precedentemente, da risolvere. Bisogna andarci coi piedi di piombo. La naturale rigidità delle teorie non va considerata un meccanismo atto a produrre "automaticamente" una storia, purché se ne seguano le indicazioni, ma una serie di suggerimenti, puntelli e verifiche che rappresentano strumenti di ausilio nella produzione di una sceneggiatura, la cui riuscita o meno – non è un concetto originale ma giova ribadirlo – si decide sullo schermo.
      Riassumendo lo studio di molti teorici prima di lui, adattandolo alla scrittura cinematografica, lo studioso John Truby individua 36 "stazioni" in una narrazione. Non sono necessariamente dei "momenti" che debbano succedersi in una storia – e neanche devono essere tutti presenti. È vero che sono disposte in una sequenza progressiva ma si tratta, più che altro, degli elementi di un'architettura, diversi tra loro per importanza, estensione, necessarietà. È per questo motivo che non li ritroviamo certo tutti e 36 in Febbre da cavallo, ma adoperiamo quelli che è stato possibile individuare, per integrarli con la descrizione dei blocchi narrativi già operata, in una visione il più possibile completa e calzante della struttura del film.
      

    Partiamo dal cuore di ogni storia, l'OBIETTIVO. Cosa vogliono i nostri eroi? In poche parole, vogliono vincere. Non vogliono vincere soldi o vincere alle corse. Quella è l'occorrenza offerta dal contesto sociale in cui agiscono, l'ippodromo. Ciò che pesa loro, alla fin fine, è di essere tutto sommato dei perdenti. È la loro FERITA INCONSCIA (inconscia per loro, ma chiarissima agli occhi dello spettatore). De Marchis non è certo un "gentleman, un proprietario di cavalli"; Pomata non è né un fantino né un tecnico ippico, come Mandrake non è un attore, dato che i "ristagni nel mondo della moda e delle comparse" in cui si dice costretto, devono essere tutt'altro che "momentanei" (bisognerebbe capire cosa c'è scritto nel manifesto raffigurante Mandrake sopra la cassa del bar. È probabilmente una pubblicità). La follia che colpisce Mandrake (e Pomata) sulla pista durante il Gran Premio degli Assi è la brama di vincere, la loro ILLUMINAZIONE, la volontà di un'affermazione personale, invano cercata nella sempre frustrata identificazione tra scommettitore e cavallo giocato. Se nella narrazione manca un FANTASMA, ossia un evento del passato al quale ricondurre la necessità inderogabile di conseguire l'obiettivo (i tre amici pare che giochino insieme da sempre: "se semo ‘nventati li mejo mortacci nostri"), non manca sicuramente il PROBLEMA, l'ostacolo concreto che i personaggi devono affrontare sulla via dell'obiettivo. I soldi. Un bel problema per tutti, nel film. Sin dall'inizio in cui all'ippodromo si succedono inquadrature in dettaglio delle banconote che trafficano di mano in mano. Abbiamo già detto che tutte le beffe sono riconducibili ai soldi, che si tratti di trovarli o di sfuggire ai creditori. Felice è sempre quello che trova meno soldi, tanto per ribadire una gerarchia tra i protagonisti. Per felice si può dissotterrare un termine ancor più desueto, pressoché polverizzato: "tritagonista". I soldi sono anche la causa di azioni che comportano il massimo declino etico e morale di Mandrake e Pomata. Il primo cerca di rubarli dalla cassa del bar; il secondo cerca di vendere all'avvocato la medaglietta, falsa ma benedetta, della nonna ("E ‘n te vergogni?" "E manco pè gnente!"). Ovunque e quandunque, allorché in scena compaiano i soldi, nessuno capisce più niente. Prendiamo Mandrake: irride la giocata di Gabriella ma appena vede le trentamila lire cambia subito idea. E va da Pomata. Che irride la giocata di Gabriella, ma appena vede i soldi, fa per strapparglieli di mano. Per non parlare dello zoom avanti sullo sguardo diabolico e circospetto di Mandrake finto vigile che commina la multa ("Quarantasettemila… e cinquecento lire… me pare"). Il film è pieno di particolari del genere. Anche quando li chiede a Mafalda, Mandrake è particolarmente pressante: "non conosci un commenda, un industrialotto, un ministro, un antilope, qualcuno?".
      

    Qui bisognerebbe aprire una parentesi. Il film è del 1976. Nel febbraio di quell'anno era scoppiato il famoso "scandalo Lockheed", dal nome della società americana costruttrice di aerei da guerra, in cui uomini politici della DC erano accusati di aver ricevuto tangenti per favorire una fornitura di C-130 allo stato italiano. Il fulcro dello scandalo era identificare quale personalità si celava dietro lo pseudonimo di "Antelope Cobbler", il politico che aveva intascato la tangente da un miliardo di lire. Tanto per non equivocare, "antelope" è la parola inglese per "antilope". L'ipotesi maggiormente accreditata dagli storici è che lo scandalo fu montato ad arte dagli ambienti del segretario di stato Usa Henry Kissinger per screditare, indicandolo in Antelope Cobbler, Aldo Moro, colpevole agli occhi del governo americano di essere lo stratega del compromesso storico (Moro raccontò di essere stato "minacciato" senza mezzi termini da "qualcuno" che molti identificano in Kissinger). Fatto sta che la Corte Costituzionale assolse Moro dall'accusa pochi giorni prima che venisse rapito dalle Br. Tutto questo (uff!) per dire che la sequenza commenda-industrialotto-ministro-antilope era intesa in ordine crescente d'importanza e il riferimento doveva essere ben più chiaro per lo spettatore del 1976 che per quello di oggi.
      

    Torniamo al film. Se vogliamo trovare un INCIDENTE SCATENANTE, un evento che modifica e determina il corso successivo di tutta la storia, possiamo riconoscerlo nella decisione da parte di Mandrake di non giocare la tris di Gabriella, sottolineata visivamente tramite Mandrake stesso che parla alla mdp ("che gran carognone che so'!"). Nella maggior parte dei casi, durante il film, le inquadrature che vedono in campo i tre protagonisti sono costruite disponendo i tre nell'ordine, da sinistra a destra: Mandrake, Pomata, Felice. L'inquadratura della puntata sulla tris presenta invece quest'ordine capovolto, come a dire: sta per succedere qualcosa che cambierà il corso della storia. La necessità di trovare i venti milioni "mancanti" sarà all'origine dello stratagemma di sostituirsi a Rossini. Quando Mandrake si accorge di non poter più tornare indietro, perché Gabriella ha firmato quindici milioni di cambiali per rinnovare il bar, quello è il momento cosiddetto del CANCELLO: "una scena che rafforza il senso di restrizione dell'Eroe in modo da anticipare la insopportabile pressione finale" (Forlai e Bruni). Steno sceglie di girarla mostrando Mandrake, in angosciato e interrogativo silenzio, letteralmente circondato dai facchini che trasportano i nuovi mobili del bar, e poi nel girotondo con Gabriella (lei felice, lui col "groppo in gola"), con cui egli entra, proprio "fisicamente", in un vortice di eventi che non riesce più a controllare. Pomata, dal canto suo, dopo la messinscena della nonna morta, non sa più che inventarsi per sfuggire ai creditori (Ventresca gli ha dato un ultimatum) e i tre, presi dallo sconforto, si ritrovano sulla riva del Tevere a meditare sulle proprie disgrazie. È la stazione macabramente denominata VISITA ALLA MORTE, in cui gli eroi vivono amaramente il momento più basso, quello in cui si sentono sconfitti. Mandrake, poi, con l'idea del finto suicidio per sfuggire alle ire di Gabriella, riceve anche l'ATTACCO DELL'ALLEATO da parte di Pomata, a cui questo gioco suona sporco e pericoloso, rafforzando in sé l'ineluttabilità della sua tapina condizione. In questa scena, sullo sfondo delle agitate e limacciose acque del fiume, abbiamo un suicidio architettato e uno tentato, quello dell'avvocato De Marchis, e questo ci porta direttamente alla tappa del PIANO congegnato in trattoria. I quattro sono a tavola, con Mandrake in primo piano che dà le spalle agli altri, isolato nei suoi pensieri mentre diventa a poco a poco oggetto dei propositi altrui. Poi, quando il piano si esplicita, la scena si risolve in una serie di campo/controcampo in cui Mandrake riluttante si contrappone agli altri tre che cercano di convincerlo. Consumate le varie fasi della messa in atto del piano, tutte le azioni convergono verso la BATTAGLIA FINALE, in cui Mandrake su Bernadette e Pomata su Soldatino si scontrano sulla pista di Tor di Valle. Successivamente, il monologo di Mandrake, davanti al giudice Adolfo Celi, descrive la personalità del giocatore di cavalli e si pone un po' come la RIVELAZIONE TEMATICA, esprimendo a parole la coscienza di sé e dell'auditorio fatto di habitués degli ippodromi (una specie di "sugo di tutta la storia"). Per Mandrake è il RISVEGLIO, la cognizione di cosa è stata ed è la sua vita, e la decisione del cambiamento: sposare Gabriella. La quale incorre, in quanto sua antagonista, nella MUTAZIONE DEL DOPPIO, in cui anch'essa si decide a cambiare, accettando che Mandrake giochi ai cavalli, anzi incoraggiandolo nella speranza che vinca. I due raggiungono così, nel loro rapporto, un NUOVO EQUILIBRIO, appena un po' più alto del precedente.

di Andrea Marzulli