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Selvaggi - Tratto da Tempi
Moderni
Un
gruppo di turisti italiani provenienti dalle più
disparate origini sociali, politiche e regionali,
precipita con l'aereo su di un'isola deserta del Mare
dei Caraibi. Si crea così un microcosmo, che per i
conflitti e le incomprensioni, per la testardaggine
degli ideali e l'incomunicabilità, rispecchia l'Italia.
E lo fa a tal punto che nonostante la necessità
imperante sia quella di sopravvivere, una volta tratti
in salvo i nostri 'eroi', non hanno imparato niente,
tutti fuorché una che ha scoperto la marijuana, sono
rimasti sulle loro stupide e limitate posizioni. Come
dice Carlo Vanzina: "Non sono riusciti nemmeno a
fare i selvaggi."
Non male come idea. Poteva essere una bella metafora sul
nostro paese. E a vederne non soltanto i contenuti ma
anche la forma, questo film rappresenta in modo
allarmante l'emblema del cinema italiano. Naturalmente a
discapito dei fratelli Vanzina. Truffaut diceva che a un
regista di cinema non bisogna mai chiedere cosa abbia
voluto dire, ma piuttosto cosa abbia voluto fare. I
fratelli Vanzina possono pensare, come hanno
puntualmente fatto, che quello che conta è il messaggio
del loro film, ma questa è mera illusione. Perché
osservando il film, notando le scelte (saranno scelte
oppure condizionamenti?) che sono state fatte, dunque
facendo attenzione a quello che è stato fatto, più che
alle parole che ci vengono dette, ecco svelarsi la
povertà di questo film.
Se vi capita di vederlo, osservate come sono disposti
sullo schermo i personaggi. Vedrete che in quasi tutte
le scene corali, gli attori parlano tra di loro in
favore della cinepresa. Sono disposti orizzontalmente e
parlano tra di loro. Questa è la stessa disposizione
che viene utilizzata in televisione. Non è cinema
questo. Poi domandatevi la ragion d'essere di due
personaggi secondari, ma pur sempre importanti: le due
modelle americane. Esiste un motivo che abbia una
qualche importanza drammaturgica o che contribuisca a
fare avanzare la storia, che giustifichi la presenza di
questi due personaggi, oltre al fatto che si voleva, si
pensava di dovere, mostrare un po' di carne umana? No.
Ezio Greggio e le due veline.
Ora, queste scelte, oltre a tante altre che non starò
ad elencare, sono i fatti. Queste rappresentano il cuore,
l'essenza del film. Non le parole. Le parole le sento più
tardi, in una conferenza stampa delirante che dura
un'ora e mezza. Il regista, il produttore, e tutti gli
attori stanno di fronte ai loro svogliati giudici: i
critici. E tutto quello che non c'è nel film viene
detto a parole. Ognuno ha qualcosa da farsi perdonare,
ognuno deve giustificare il proprio operato. I fratelli
Vanzina devono giustificare la mediocrità del loro film
dicendo che sono costretti a fare un cinema commerciale,
che lo fanno per potere fare dei film più belli.
Accusano il sistema, fanno le vittime e intanto cercano
di ammaliare i critici con le loro parole. Promettono
grandi film, promettono arte. Cinzia Leone si cimenta in
un'arringa dai toni accesi dichiarando che è stufa di
sentire dire che il cinema è invaso dalla televisione.
Dice che il cinema non esiste più come entità separata,
che non può più prescindere dalla televisione. Sta
naturalmente giustificando se stessa, la sua origine
televisiva. Forse qualche voce maligna ha parlato male
di lei. Ma da qui a dire queste cavolate, da qui a fare
dei discorsi impropri sul cinema, a mischiare due forme
di espressione completamente differenti nel linguaggio e
nella finalità, ci passa in mezzo il mare. Lo stesso fa
Leo Gullotta. Anche lui deve giustificarsi. E lo stesso
fanno i critici. Nessuno ci ascolta più, le nostre
opinioni non valgono nulla. Dunque non ce ne frega più
di nulla.
Insomma siamo tutti vittime. E' colpa del cinema
americano, è colpa dei produttori, è colpa dei
distributori, (staranno parlando dei benzinai?), è
colpa dello Stato, è colpa di tutti, all'infuori di noi
stessi, povere vittime. Se le cose non stessero così, I
Vanzina farebbero dei grandi capolavori, Leo Gullotta e
Cinzia Leone starebbero nell'Olimpo dei Mastroianni e
delle Magnani. I critici avrebbero il potere di un
magistrato di Corte D'Assise. Ma siccome siamo delle
vittime possiamo permetterci di parlare e di sparlare,
di non assumerci le nostre responsabilità individuali e
collettive, di non agire insomma. Potessimo spogliarci
di tutte queste stupide parole, potessimo essere un
pochino più sinceri con noi stessi, un pochino più
selvaggi.
Sebastiano
Tecchio
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