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Il cielo
in una stanza. Recensione © 1999 reVision, Riccardo
Ventrella
Facciamo
un bel salto temporale, seguendo il roteante osso kubrickiano.
Mille anni, diciamo. Dalle polverose mura di un vecchio
edificio dissotterrato, esce fuori un deposito che i documenti
indicano come "videoteca di cinema italiano". Film,
documenti interessanti per capire la società, i modi, gli
stili di vita, i miti. Siamo baldi antropologi, dediti ad una
meritevole ricerca: come viveva, mille anni fa, la gente
comune di quel territorio che si chiamava Italia, quali erano
i suoi gusti, i suoi comportamenti. Dalla polvere, dovremo
liberare quelle cassette con su scritto "regia: Carlo
Vanzina". Chissà se lo potremo fare, perché nessuno ce
lo avrà detto, da nessuna parte lo avremo trovato scritto.
Ho inserito Il Cielo In Una Stanza nei magnifici tre del
cinema italiano 1998/99. L'ho fatto per un serissimo motivo. I
fratelli Vanzina sono gli unici a saper fare, con dignità,
uno dei mestieri più difficili, e da noi più esecrati,
quello del cinema popolare. Genere per il quale abbiamo
posseduto fior di artigiani, con nomi come Mastrocinque,
Bragaglia, Matarazzo, Steno, che hanno tanto lavorato, e bene.
Genere sul quale non si è mai potuto produrre un discorso
critico di un qualche spessore. Dannosa l'incondizionata e
perpetua condanna delle penne ufficiali, troppo prive
d'interesse, dannosa la non meditata esaltazione dei "fanzinari"
e dei "cantori a posteriori". Dovevano proprio
dircelo i recenti trashologi, che le tanto vituperate commedie
sexy degli anni'70 erano in realtà spioncini significativi
per sbirciare un importante cambiamento di costume in atto
all'epoca?
Hanno frequentato, i Vanzina, una delle scuole di cinema più
importanti d'Italia, quella del già citato padre Steno, che
ha formato i suoi materiali didattici in quarant'anni di
carriera, nei quali ha diretto tutti i principali attori,
facendo qualche film terribile, ma scrivendo anche molte
pagine non prive di genialità e garbo. Come i grandi
artigiani, spalmano i gusti e i miti del pubblico sul pane di
storie esili e "canovacciare", di situazioni che si
ripetono sempre uguali. Usano sapientemente la musica del
periodo, distribuiscono qualche bellona svestita, non
s'impicciano col turpiloquio più di quanto non facciano i
loro contemporanei, fuori dal set. Sono vedutisti ambulanti,
che prendono scorci per le strade e li rimontano in un quadro
che, proprio perché non lo vuole essere, è sociale, prima di
tutto.
Hanno creato il revival anni'60, con Sapore
Di Mare: e che importa se non sono filologici.
Contestualizzano, e spiegano al volgo, come i pittori di
affreschi medioevali. Se le figure non sono bellissime, almeno
l'insieme è esplicativo. Sanno cantare il tempo che fugge,
soprattutto: qualcuno conosce una maniera migliore di
rappresentare la nostalgia per la gioventù che "se ne
va" del campo/controcampo Marina Suma-Jerry Calà proprio
alla fine di Sapore
Di Mare. Modalità eguagliata forse solo
dall'immortale "il tempo passa per tutti lo sai/nessuno
indietro lo riporterà neppure noi" di Max Pezzali
("Gli anni"), altra voce popolare da molti
trascurata.
Il Cielo In Una Stanza funziona, per almeno tre quarti della
sua durata, con invidiabile ritmo, nel raccontare la storia di
un padre che mostra al figlio i "suoi" anni'60, per
rimarcare l'inevitabile notazione che "anche lui è stato
giovane, una volta". Proprio il padre è l'eroe di questo
viaggio, il timido Paolino, che insegna al suo erede il valore
dell'amicizia, e della solidarietà. Una scoperta della
memoria, e dei sentimenti. Ciò che si è stati, e ciò che
non si è ancora. Non cedono alla tentazione di fare un
"Ritorno al futuro de'noantri", i Vanzina, perché
gli americani si imitano, non si copiano. Mostrano la
leggendaria decade come l'abbiamo sempre vista, e come sempre
ce l'hanno fatta vedere, piena di spider e lambrette, vestiti
corti ed imbarazzo nei preliminari, con il "mito della
svedese" e Gino Paoli (mediato da Giorgia, tanto per
giocare col tempo) a far da suggello. Lasciano che
caratteristi (Mattioli e la Mascoli, in questo caso), lavorino
al meglio. Merce ormai rarissima, quella dei buoni
caratteristi, una volta spina dorsale del cinema italiano.
Pochi sofismi visivi, dato che il tempo scarseggia.
In poche parole, Il Cielo In Una Stanza racconta qualcosa di
vero, con passaggi credibili, sa emozionare, con pochi lembi
di sceneggiatura, traccia personaggi che restano. Se il
cartellino del prezzo non segna cifre elevate, non è colpa di
nessuno. Ma si esce contenti, e quando il film è italiano non
capita tanto di frequente.
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